La  “sceneggiata” di un calcio che si ritiene leale

Fatti come quello visti a Roma, dove alcuni tifosi, per fortuna uno sparuto gruppetto di imbecilli, hanno maldestramente, utilizzato una delle immagine simbolo della Shoah, probabilmente più per scarso comprendonio.

Un gesto di cattivo gusto, espressione di un becero razzismo latente, frutto di ignoranza e di una assuefazione alla violenza gratuita, che a volte viene esternata  attraverso l’utilizzo di importanti e significativi simboli della nostra società, risultando poi molto più dannosi della violenza fisica.

Una idea scellerata, partorita da una mente sicuramente non nel pieno delle proprie facoltà mentali, motivo per cui dovrebbe destare maggiore preoccupazione per quanto potrebbe  porre in essere in futuro se non idoneamente curata.

Immediata la levata di scudi contro questa idiozia razzista da parte della società civile. Lo stesso Presidente della Repubblica è intervenuto a censurare pesantemente il gesto. A onor del vero non l’ho visto intervenire con immediatezza e determinazione allorquando nostri parlamentari nell’esercizio delle loro funzioni non hanno certo dato buon esempio alla nazione e in particolare alle giovani generazioni. Comunque bene ha fatto ad intervenire.

Una generale levata di scudi atta a criticare, sottolineare la gravità del gesto, manifestando sdegno e solidarietà in particolare alla comunità ebraica di Roma e non solo. Bene tutti gli interventi dei rappresentanti della politica e il doveroso spazio dedicato dalla stampa. Sono proprio questi esempi che dovrebbero servire a costruire nella mente dei più esagitati le difese contro l’imbecille violenza gratuita.

Comunque tutto ciò ci deve far riflettere su un altro problema che per certi versi lo ritengo altrettanto vergognoso e pericoloso.  L’esempio che ci riviene proprio dai detentori la responsabilità, non solo gestionale, ma fondamentalmente morale di chi ha come seguito decine di migliaia di giovani e meno giovani. Mi riferisco, nella fattispecie, ai patron dei club calcistici.

Alcuni telegiornali hanno fatto ascoltare in prima serata la registrazione dell’affermazione del patron della Lazio, che dovendosi recare a porre una corona di fiori alla sinagoga di Roma, quale bell’esempio di condanna verso gesti di così spregevole malvagità,  asseriva  che stava andando a fare una sceneggiata. La corona di fiori da lui deposta pare che poi sia stata buttata nel Tevere.

Mentre una intera società civile e politica si stringeva attorno ai veri e forti valori che dovrebbero aiutarci a migliora questa difficile società, quello che     invece rappresentava il mondo dello sport e nella fattispecie centinaia di migliaia di tifosi, dava una dimostrazione di insensibilità, pericolosa e devastante, che mi auguro le autorità sportive, una volta tanto facciano prevalere l’etica agli interessi di un calcio sempre più succube al potere del denaro.

La società civile non può permettere che il lavoro fatto da tante persone per migliorare le coscienze dei nostri giovani, allenandoli e abituandoli ad un comportamento più rispettoso verso tutto ciò che li circonda, possa essere distrutto, o quanto meno reso meno efficace proprio da chi avrebbe dovuto avere non solo il dovere, ma anche possedere  quella cultura di maggior rispetto. 

Adesso la magistratura sta procedendo, giustamente, per verificare la portata del vilipendio di questi tifosi, che pare siano dei minorenni quindi penalmente non perseguibili. Mi aspetto però che anche la magistratura sportiva intervenga per valutare il comportamento  del patron della Lazio, sperando che nella fattispecie, come al solito, non finisca tutti nei classici e abituali tarallucci e vino, perché questa sarebbe la vera e più pesante sconfitta per il nostro calcio.

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