Social Network: la condivisione di una protesta = morte della democrazia

Lo scenario internazionale di questi ultimi giorni è rappresentato da una elevata imbecillità da fare invidia ai tempi più bui della guerra fredda. Il mondo pare abbia scelto quale area per le proprie manovre di stupidità, la Siria e d’intorni. USA, GB, Francia, Russia, Israele, Siria, Libano, Iran e Turchia, attraverso quelle che paradossalmente vengono chiamate intelligence (ma che d’intelligente pare posseggano molto poco) stanno mettendo a repentaglio il trascorrere tranquillo di centinaia di milioni di persone che a quanto pare di quello sta succedendo alle popolazioni interessate dal conflitto, non interessa proprio niente.

Proprio così, aldilà delle manifestazioni di ipocrita irritazione, tutto resta immobile, lasciando campo libero a quattro imbroglioni di decidere quale dovrebbe essere il futuro di intere popolazioni.

Il potere decisionale si è maledettamente spostato dal dopo guerra, sempre più sensibilmente nelle mani di pochi conduttori, generalmente pilotati e manipolati dalle grandi lobbie della finanza e delle armi. Parliamo di democrazia, di potere del popolo, che altro non è che  l’ingenuità di milioni di persone che con il loro voto, inconsapevolmente, proprio perché manipolate anch’esse, depongono il potere a questi soggetti, che lo utilizzano nell’unica direzione di rafforzare l’egemonia politica ed economica nelle citate lobbie.

Prima di tanto in tanto, la gente esasperata, arrabbiata e delusa era solita scendere in piazza e protestare, fatto questo che turbava i sogni di tanti politicanti da strapazzo. Oggi quest’ultimi possono finalmente dormire sogni tranquilli, indisturbati grazie ad una generale apatica indifferenza che è subentrata nel comportamento quotidiano della gente nell’affrontare le problematiche politiche ed economiche.

La gente non è che non protesta più, ha cambiato il modo di protestare. Lo fa seduta davanti ad un computer utilizzando le piattaforme dei social network. Collegati in rete, entrati nei loro profili personali, inveiscono contro tutto e tutti,  utilizzando scurrilità e a volte falsità degne della terza sezione penale del tribunale. Si leggono veementi proteste contro l’uso delle armi, contro l’utilizzo della guerra quale elemento risolutore delle controversie internazionali. E giù di brutto senza risparmiare nessun epiteto di ogni genere ai cosiddetti guerrafondai. Si condividono foto e frasi di grande effetto e si invitano amici e amici dei nostri amici a farlo, altrimenti non si è pacifisti, presupponendo che la condivisione rafforzi la protesta.

Consentitemi con tutto il rispetto per queste piattaforme diventate foriere di nuovi venti di democrazia a cui tanta gente, troppo gente fa affidamento, di sottolineare che mai sistemi come questi network abbiano favorito  il concentrare del potere delle lobbie. Queste che non sono stupide, anzi al contrario, sono dotate delle menti più eccelse, hanno capito che la gente che si lamenta e protesta davanti ad un computer, comodamente seduta in poltrona,  non è più pericolosa o turbativa di eventuali disordini pubblici.  Gente che ha perso quella spinta emotiva di partecipare attivamente alle scelte della politica, facendosi condizionare da quanto si dice sui social network.

Non sono contrario a queste piattaforme che hanno consentito di mettere in comunicazione cittadini di varie parti del mondo e far conoscere tanti aspetti della vita quotidiana che prima non si immaginavano nemmeno. Solo che l’utilizzo di questi mezzi, peraltro controllati e manipolati da pochi, vedi cosa sta succedendo in materia di divulgazione e appropriazione dei dati personali, si sta modificando in un uno strumento che se non s’interviene a modificarne il controllo (cosa che non conviene alle lobbie) sarà il nuovo grande conduttore e indicatore di cosa le masse dovranno fare, come fare e dove. E se questa è la democrazia, contenti voi…………..     

 

(Lìimmagine è stata tratta dall’Eyes Wide Open, 481 paia di stivali contro la guerra – Le foto della mostra a San Francisco: nacque a Chicago nel 2004 per protestare contro il conflitto in Iraq e Afghanistan)

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