Ancora una volta la politica è alla ricerca di una sua propria identità

Le aspettative su un periodo di turbolenza politica post elezioni era da tempo nell’aria. I nuovi arrivati a Palazzo Chigi cercano di dare un cambiamento radicale al paese, ignorando e o meglio trascurando il now how consolidato della politica dei decenni precedenti. L’irritazione per una politica sinora fatta di compromessi, tutti al ribasso, ha lasciato il posto all’arroganza, e la diplomazia, quella sottile e astuta pare essere stata sostituita da affermazioni da osteria. In poche parole una disputa orale tra chi cerca dimostrare all’altro contendente di essere “sobrio”.

Sufficienza e auto esaltazione della propria virtù morale viene ritenuta arma sufficiente per poter guardare dall’alto verso il basso quel mondo politico che sino a ieri ha detenuto il potere e i cui risultati a onor del vero non mi pare possano essere ritenuti esaltanti.

Le nuove proposte governative, tutte orientate a governare le povertà e le difficoltà,  sono particolarmente contrastate da una opposizione ridicola quanto meschina, rappresentata per lo più da una sinistra, che negli ultimi anni pare abbia governato il paese peggio della destra.

Oggi dedicare il grosso delle risorse disponibile e anche non disponibili, a fronteggiare le povertà e una legge iniqua sulle pensioni, risultata quest’ultima la più penalizzante d’Europa per i lavoratori, è osteggiata sia all’interno, oltre che da una Europa attenta unicamente al rispetto di determinati indici finanziari, aldilà della dignità umana.

Alcuni aspetti della manovra finanziaria sono un chiaro propulsore di crescita economica, in quanto le risorse saranno destinate a chi non ha alcun reddito, o chi versa nell’indigenza, quindi quello che si andrà finalmente a percepire come reddito di cittadinanza sarà speso, ovvero immesso nel processo produttivo dell’economia, e non come è successo con il Partito Democratico, con i suoi famigerati 80 euro, costati decine e decine di miliardi di euro, tutto a carico del deficit pubblico, erogati solo a chi un posto di lavoro ce l’aveva già e con un reddito superiore agli 8000 euro. Tutti coloro che erano al di sotto di questa soglia non hanno avuto nulla. Se questa è per voi equità sociale, schieratevi pure con i loro fautori.

Io oggi plaudo a queste nuove norme e soprattutto sul fatto di voler ripulire la politica dalla vergognosa sporcizia dei decenni precedenti, dove corruzione e clientelismo sono state i veri protagonisti di una decrescita economica e soprattutto etica.

Nel contempo, come plaudo a queste ultime iniziative governative, rimprovero ad una certa parte dello schieramento politico governativo attuale, troppa arroganza, troppa caduta di stile e scarso rispetto delle istituzioni. Il sistema che si vuole cambiare non lo si fa in mezzo ad una strada rilasciando dichiarazioni inopportune se non addirittura offensive, anche se forse, per certi versi , a volte giustificate, visti i precedenti. Il cambiamento va attuato con ferma determinazione nelle sedi istituzionali competenti. Bene battere i pugni sul tavolo, ma che il tavolo sia quello giusto, non la piazza o la strada, utilizzando sottili definizioni che vanno ad sottolineare eventuali difetti personali di qualche papavero della politica. Questo è il sistema più sbagliato, quello che non crea alleanze e l’isolamento alla fine si paga amaramente, sia in termini di potere politico sia in termini di potere economico.

Salvini oggi rappresenta il peggiore pericolo per la politica del cambiamento. Un ministro degli interni non può e non deve trasformarsi in un capopopolo, peraltro perseguendo finalità razzistiche che preoccupano e turbano la serenità sociale del paese.

Se a tutto ciò l’attuale governo non riuscirà a porvi rimedio, è mia convinzione che prima o poi si farà male da solo e questo si ritorcerà proprio contro quelle classi sociali più svantaggiate di cui tanto invece pare oggi si voglia fare.  Sarà il buon senso a prevalere? La storia d’Italia e degli italiani dice di no.