Ricordando quel lontano 4 novembre di 100 anni fa

Oggi è il 4 novembre, ricorre il primo centenario della fine della Grande Guerra. Una pausa di riflessione su cosa sia stata la prima guerra mondiale e cosa abbia rappresentato per i valori di quel tempo, a cui un intero popolo era sinceramente aggrappato, penso sia doveroso quanto rispettoso.  

Son passati 100 anni da quando il Piave mormorò “Non passa lo straniero” “”No!” disse il Piave, “No!” dissero i fanti, “Mai più il nemico faccia un passo avanti!”

In quei giorni di un secolo fa perirono 85.000 militari italiani. Dalla disfatta di Caporetto alla rivincita del Piave perse la vita il 15% del potenziale umano delle nostre forze armate. Un contributo di sangue immane per una battaglia che segnò la storia della nostra nazione, del nostro popolo. A questo contributo di vite umane non possiamo tacere le enormi sofferenze patite dai militari, per le avverse condizioni metereologiche e morfologiche del terreno, nonché, e non è trascurabile, anche per le scarse risorse a disposizione in termini di armi e sussistenza.

Nel complesso la Grande Guerra vide perire circa 700.000 militari e 5000.000 civili. Nel mondo si contarono non meno di 17 milioni di morti, anche se i dati a disposizioni risentono di approssimazioni e dove qualcuno accenna anche ad un numero superiore ai 50 milioni.

In quel lontano 4 novembre  la gente, il popolo, coltivava nel proprio cuore un sentimento patriottico ben diverso di quello attuale, ritenendo quasi che la propria vita appartenesse a quello stato che ancora era ben lontano da dargli quel necessario benessere. Le forze armate furono costituite al 90% da contadini, agricoltori in genere, in quanto operai e impiegati dell’industria furono poco interessati ad imbracciare le armi, in quanto utili all’industria bellica, che come sempre, in periodi di conflitto, s’arricchiscono.

Lasciamo da parte gli aspetti meno virtuosi, che comunque sono sempre presenti in tutti i conflitti, per risaltare una delle pagine più eroiche e drammatiche della nostra storia. Non tanto per rievocare vecchi fatti di gloria e di virtù militari, ma per evidenziare l’inutilità umana di risolvere le controversie facendo uso della guerra. L’umanità ancora oggi, nel terzo millennio, pare trovare nella guerra, il mezzo necessario per risolvere le controversie. Pur cercando spunti e soluzioni nella diplomazia, nel confronto dialettico, la guerra è sempre lì, dietro l’angolo, pronta con il suo bagaglio di morte. Innumerevoli sono le virtuali  buone intenzioni di portare la pace nel mondo, ma a quanto pare le sofferenze e le morti di milioni di persone, peraltro ignare e inconsapevoli delle reali motivazioni di fondo di tanti conflitti, sono ancora insufficienti a debellare la guerra.

Che il sacrifici di tante decine di milioni di morti non risulti invano, operiamo nell’unica direzione possibile, quella di elevare le difese della pace nella mente degli uomini e delle donne di tutto il mondo.