Il passaggio dalla lira all’euro al cambio di 1936,27 è stato un successo e non un disastro, ma ai nostri governanti conviene affermare e far credere l’esatto contrario

E’ abbastanza frequente, nell’ambito di discussioni di economia politica, scivolare sull’annoso problema del valore attribuito all’euro all’atto della sua introduzione, ovvero che il valore di 1937,38 lire per un euro fu un disastro per l’economia italiana.

Potremmo immediatamente rispondere a coloro che affermano quanto anzidetto, che trattasi di una macroscopica falsità, frutto di scarsa conoscenza delle dinamiche monetarie ed economiche, utili solo per coloro che intendono  cavalcare il malcontento popolare, che se giustificato questo, errata è invece la definizione della causa.

Attribuire ad Azeglio Ciampi, Ministro del Tesoro,  e a Mario Draghi, allora direttore generale del ministero del tesoro, parliamo del 1996, di aver svenduto la lira, penso che definirla una imbecillità,  sarebbe veramente un complimento. 

 Il 24 novembre 1996 la delegazione italiana guidata da Carlo Azeglio Ciampi,  Mario Draghi  e Antonio Fazio e Pierluigi Ciocca per la Banca d’Italia, volarono a Bruxelles dove si tenne l’Ecofin, la riunione dei Ministri economici europei. Ordine del giorno: il rientro della lira nel Sistema Monetario Europeo.

Ricordiamo che l’Italia uscì dallo SME nell’autunno 1992 (quando la lira fu svalutata del 7%) e per rispettare i parametri di Maastricht e far parte dei Paesi dell’Unione Economica e Monetaria,  partecipanti alla nascita dell’Euro, era necessario e vitale rientrare nell’Exchange Rate Mechanism.

La posizione tedesco-olandese, sosteneva che il cambio giusto per la lira sarebbe stato 925 per un marco. Prodi e Ciampi dissero che non se ne parlava neppure. Gli industriali italiani fantasticavano tassi di cambio ben superiori a quota 1.000, tipo 1.030/1.040. Il Governo sapeva che l’unica speranza era aggrapparsi alla cifra tonda: quota 1.000. Per ottenere 1.000, si decise si dare a Draghi e Ciocca il mandato di chiedere 1.010, con la facoltà di scendere a 1.000. Il tasso di cambio sui mercati in quei giorni viaggiava intorno a 985 lire per marco, con un andamento negli ultimi sei mesi di poco superiore alle 1.000 lire. Draghi e Ciocca non trovarono l’accordo ma riuscirono ad abbattere il muro delle 950 lire, trovando qualche difficoltà a trattare su quota 970.

L’intervento di Ciampi in sede Ecofin a far passare il cambio a 1000 lire per un marco fu determinante e convincente. A fine serata si chiuse a 990 lire per un marco.

Per tutti gli sprovveduti in materia, questa pagina viene ricordata come una pietra miliare della capacità allora di saper tutelare gli interessi nazionali, e non come contrariamente viene affermato da più parti che scommetto non conoscono null’altro che le ingiustificate quanto false affermazioni di soggetti che per scopi di squallida propaganda elettorale sono oramai abituati a sputare anche nel piatto in cui mangiano.

Il problema della progressiva svalutazione dell’euro nei confronti delle altre economie europee va ricercato nell’incapacità governativa di chi allora, ministro dell’economia, nell’ambito di un governo  diretto da chi ricopriva il ruolo di primo ministro per passatempo, ha lasciato il campo all’imperversare della speculazione e alla scellerata corsa al rialzo dei prezzi, un fattore di psicosi collettiva, che in assenza di qualsiasi elementare griglia di controllo sull’andamento dei prezzi,  aveva invasato il mercato italiano. Con l’euro son venuti a galla tutti gli errori di programmazione economica, soprattutto il mancato riammodernamento e riconversione di tante industrie che sino a quando c’era la lira hanno goduto di lauti e incondizionati aiuti di stato. Quante volte, altrettanti sprovveduti, hanno sentenziato che l’Italia stava vivendo al di sopra delle sue possibilità e che era giusta quella politica forsennata al rialzo dei prezzi dei beni e servizi. Ci siamo ritrovati, nel giro di pochi anni ad avere i prezzi più alti d’Europa. I servizi pubblici, le assicurazioni, i farmaci, le comunicazioni, risultarono le più costose d’Europa. E di tutto ciò i soloni della politica e dell’economia, non hanno altro a cui aggrapparsi se non al concambio stabilito al momento dell’abbandono della lira. Certo se poi costoro sono quelli che ci governano, allora si spiega bene la crisi generalizzata in corso, unica per dimensioni e durata nell’ambito dei 27 paesi dell’Europa Unita.   

    di Pompeo Maritati

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