Siamo diventati i peggiori guerrafondai della storia dell’uomo. Il mondo in guerra spreca 13.600 miliardi di dollari. di Pompeo Maritati

Sulle motivazioni che hanno spinto l’uomo a fare la guerra sin dai primordi della sua esistenza terrena è un dato di fatto incontrovertibile. Sull’argomento non si contano gli studiosi delle varie scienze che si sono cimentati a darne una spiegazione. E’ diventato di moda credere che la guerra sia scatenata dal potere dell'istinto distruttivo umano. Questa è stata la spiegazione fornita da istintivisti e psicoanalisti. Per esempio, un importante esponente della ortodossia psicoanalitica, E. Glover, argomenta contro M. Ginsberg che "l'enigma della guerra è sepolto… nelle profondità dell'inconscio", paragonando la guerra a "una forma svantaggiosa di adattamento istintuale". (E. Glover e M. Ginsberg, 1934.)

Lo stesso Freud espresse una posizione molto più realistica dei
suoi seguaci. Nella sua famosa lettera ad Albert Einstein, Perché la guerra? (S. Freud, 1933) individuò le cause della guerra non nella distruttività umana, ma nei conflitti realistici fra gruppi, costantemente risolti con la violenza, per l'assenza di una legge internazionale esecutoria che consentisse, come nella legge civile, di risolverli pacificamente. Attribuì soltanto un ruolo ausiliario al fattore della distruttività umana, per cui la gente è più disposta a combattere una volta che i vari governi abbiano imboccato quella strada.

Una tesi questa di Freud più aderente alla realtà. Lui accenna alla carenza di leggi internazionali,  se pensiamo che Freud è morto nel 1939 e che da allora il diritto internazionale non mi pare abbia  fatto passi da gigante, peraltro basti pensare all’ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite) che è stato fondato successivamente alla seconda guerra mondiale, nel 1945, mentre constatiamo che le guerre, i conflitti in genere, sono invece aumentati, da ciò scaturisce spontanea la riflessione che le leggi internazionali servono a poco, visto che gli stati membri dell’ONU  sono in continuo disaccordo tra di loro, facendo prevalere interessi ed egoismi di politica economica e finanziaria spesso non curanti delle conseguenze nefaste che vengono pagate in termini di vite umane, sofferenze e persecuzioni di intere popolazioni.

Si può ribattere alla mia precedente affermazione, asserendo che le attuali vigenti leggi internazionali sono ancora deboli, tali da non creare quella interdipendenza, dove ogni controversia trova una sua soluzione attraverso la diplomazia. Un notevole passo avanti è rappresentato dall’Europa Unita, dove gli accordi economici che legano i 27 stati che oggi compongono l’Unione, non porranno mai in essere un conflitto armato tra di loro.  

In poche parole continuiamo a descrivere una umanità in conflitto permanente, dove a prevalere sono solo le lobbie delle armi, della finanza e dell’energia che, divenute sempre più potenti, condizionano e determinano le scelte di strategie politica dei governi, che se pur democraticamente eletti,  attraverso libere elezioni, sottostanno poi al volere e agli interessi delle anzidette lobbie. Per certi versi si ha la sensazione di rivivere un nuovo medioevo dove il re, i vassalli, i valvassori e i valvassini rappresentavano una precisa struttura piramidale utile a esercitare il potere dei potenti sul territorio. Il vassallo diventava così il responsabile di un feudo acquisendo il diritto di goderne i frutti ed i benefici, in altre parole il comando delle terre, dei braccianti e dei castelli. In cambio i vassalli garantivano piena obbedienza al loro Re. I vassalli a loro volta potevano nominare i valvassori, altri nobili di rango inferiore, che diventavano loro fedeli e gestivano parte dei possedimenti. Sbaglio o è irrealistico intravedere in questa struttura organizzativa medioevale, quella di uno stato moderno? Parlamenti che legiferano in contrasto con il mandato elettorale avuto, come gli organi periferici, quali regioni, provincie e comuni, pronti ad assecondare scelte di strategia territoriale dettate dalle lobbie, incuranti e spesso contrari agli interessi ed alle esigenze delle popolazioni, sono una dimostrazione che sostanzialmente la nostra società moderna è ancora molto lontana da quella forma di democrazia reale.

 

Ritornando in materia di conflitti, risulta chiaro e inequivocabile che i maggiori conflitti di questi ultimi decenni sono scaturiti da interessi strettamente legati alle lobbie delle armi e dell’energia in particolare. Basta analizzare ciò che è accaduto ed è in ancora in corso in Afghanistan, Iraq, Siria, Libia e a numerosi stati africani, per comprendere che i milioni di morti e le atroci sofferenze patite da quei popoli si sarebbero potute evitare. Si sono inventate addirittura le false armi di distruzione di massa per consentire all’opinione pubblica di accettare la costituzione e la realizzazione delle famigerate missioni di pace, che altro non sono che  una legale intromissione armata negli affari interni di un paese che probabilmente  è in contrasto con le strategie di egemonia territoriale delle lobbie. Una politica militare a tutti gli effetti, a cui tutti gli stati occidentale hanno aderito, spacciandosi per esportatori di “Pace”. Mai l’uomo ha messo su una ipocrita quanto malsana idea quale quella di esportare la democrazia con le armi. 

Come è stato accennato prima, nel 2015 i conflitti armati in genere sono costati circa 13.600 miliardi di dollari. V’immaginate quanti ospedali, quanti aiuti umanitari e quanti investimenti produttivi si sarebbero potuti realizzare in giro per gli stati più poveri del mondo? Le missioni di pace hanno generato il terrorismo che sta cambiando il volto delle abitudine degli europei. Se invece avessimo portato avanti una politica di veri e costruttivi interventi umanitari, sarebbero state le stesse popolazioni che avrebbero combattuto per prime eventuali forme di fanatismo terroristico.

Invece si è scelto la strada degli interventi armati, causando centinaia e centinaia di migliaia di vittime civili, di altrettanti senza tetto, costringendo grandi masse all’emigrazione e di conseguenza  di forzare le frontiere dell’occidente opulento e ipocrita. Bambini, ragazzi, che sono cresciuti sotto le bombe, che hanno visto morire i loro cari per aver avuto l’unica colpa di nascere in quei territori. Tutti soggetti questi che posiamo ritenere potenziali terroristi, ragazzi vissuti nell’odio, dove questo sentimento è l’unico che riescono a provare verso l’occidente e per il quale sono disposti ad immolare la loro vita.

Questo ha saputo produrre l’occidente del XX secolo, oramai al soldo dei poteri forti, succube delle loro scelte, che riesce solo a produrre in quantità industriale una subdola “ipocrisia”.

 

Basta dare uno sguardo al numero dei conflitti registrati nella storia per comprendere che dagli albori dell’umanità ad oggi, le guerre sono aumentate. Lo sviluppo del pensiero dell’uomo, l’incalzare della tecnologia che consente stili di vita più comodi e per certi versi anche più rilassanti, ha invece incrementato il numero dei conflitti che al 31 dicembre 2015 vedeva coinvolti ben 67 stati  e 736 tra milizie, guerriglieri, terroristi, separatisti e anarchici.

Basta dare uno sguardo a questa situazione dei numero dei conflitti nella storia:

 

ANNI

NUMERO DI BATTAGLIE

1480-1499

9

1500-1599

87

1600-1699

239

1700-1799

781

1800-1899

651

1900-1940

892

 

Il Global Peace Index (GPI)  è un indice  concepito, su base annuale, dall'Institute for Economics and Peace (PEI) in collaborazione con una équipe internazionale di esperti di pace, da istituti di ricerca e da think tank (organismi sociali apolitici), su dati forniti e rielaborati dall' Economist Intelligence Unit  (società di ricerca e consulenza che fornisce analisi sulla gestione di stati ed aziende) che nel tentare di decifrare lo stato di uguaglianza, pace e vivibilità del pianeta,  rivela l’eccessivo investimento economico in guerre e spese militari, ovunque in aumento nell’ultimo anno.

“Il mondo continua a spendere somme enormi per ridurre e contenere la violenza e poco sulla costruzione della pace”

 così è stato scritto dai ricercatori e studiosi nel GPI 2016. L'impatto economico della violenza è stato di 13.600,00 miliardi  di dollari nel 2015, equivalente a 11 volte la dimensione degli investimenti esteri diretti globali. Dallo scorso anno, gli impegni per il mantenimento della pace stanno migliorando, ma l'investimento globale nella costruzione e il mantenimento della pace è inferiore al 2% dell'impatto economico dei conflitti armati.

Dal 2008, rivela il “Global Peace Index 2016” tra le sue 120 pagine di dati, grafici e mappe sulle condizioni di guerra e pace, il mondo è diventato meno vivibile in ogni sua parte. Sono  81 i paesi in cui la condizione di pace è migliorata, ma in altri 79 nazioni, la crisi mediorientale, le guerre del nord Africa e della penisola araba e il terrorismo hanno generato un peggioramento di vivibilità. “Afghanistan e Iraq sono in guerra da oltre 10 anni.  A questi, si sono aggiunti Siria, nel 2011, e ancora Libia e Yemen.  L’incapacità (o l’interesse a voler continuare a sostenere questi scenari bellici)  di trovare possibili soluzioni a questi e ad altri conflitti ha fatto precipitare il mondo in uno stato di inuguaglianza e lontananza dalla pace.  

Per completezza d’informazione riporto una succinta quanto triste situazione sul numero dei conflitti in essere nel mondo suddivisi per continente:

AFRICA:

(29 Stati e 215 tra milizie-guerrigliere, gruppi terroristi-separatisti-anarchici coinvolti)

Punti Caldi: Egitto (guerra contro militanti islamici ramo Stato Islamico), Libia (guerra civile in corso), Mali (scontri tra esercito e gruppi ribelli), Mozambico (scontri con ribelli RENAMO), Nigeria (guerra contro i militanti islamici), Repubblica Centrafricana (spesso avvengono scontri armati tra musulmani e cristiani), Repubblica Democratica del Congo (guerra contro i gruppi ribelli), Somalia (guerra contro i militanti islamici di al-Shabaab), Sudan (guerra contro i gruppi ribelli nel Darfur), Sud Sudan (scontri con gruppi ribelli)

EUROPA:

(9 Stati e 81 tra milizie-guerriglieri, gruppi terroristi-separatisti-anarchici coinvolti)

Punti Caldi: Cecenia (guerra contro i militanti islamici), Daghestan (guerra contro i militanti islamici), Ucraina (Secessione dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk e dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Lugansk), Nagorno-Karabakh (scontri tra esercito Azerbaijan contro esercito Armenia e esercito del Nagorno-Karabakh)

MEDIO ORIENTE:

(7 Stati e 244 tra milizie-guerriglieri, gruppi terroristi-separatisti-anarchici coinvolti)

Punti Caldi: Iraq (guerra contro i militanti islamici dello Stato Islamico), Israele (guerra contro i militanti islamici nella Striscia di Gaza), Siria (guerra civile), Yemen (guerra contro e tra i militanti islamici)

AMERICHE:

(6 Stati e 26 tra cartelli della droga, milizie-guerrigliere, gruppi terroristi-separatisti-anarchici coinvolti)

Punti Caldi: Colombia (guerra contro i gruppi ribelli), Messico (guerra contro i gruppi del narcotraffico)

(La Fonte della situazione su esposta è stata tratta da “Guerre nel mondo”)

Il Global Peace Index 2016 (GPI) segnala l’inevitabile realtà del nostro pianeta. In Medio Oriente e Nord Africa aumenta il livello di allerta, soltanto in America centrale e Caraibi il tenore di vita è migliorato nel 2016. Terrorismo, crimini, focolai e i conflitti reali non consentono al pianeta di vivere serenamente. E 13.600,00 miliardi di dollari per le guerre sono troppi rispetto alle missioni di pace, denuncia il GPI.


Che cosa è il Il Global Peace Index?

Tentare di decifrare lo stato di uguaglianza, pace e vivibilità del pianeta: con questo scopo è nato il Global Peace Index che, nel 2007 ha pubblicato per la prima volta l’immagine del mondo tra guerra e pace. L'indice è concepito, su base annuale, dall'Institute for Economics and Peace (PEI) in collaborazione con una équipe internazionale di esperti di pace, da istituti di ricerca e da think tank (organismi sociali apolitici), su dati forniti e rielaborati dall' Economist Intelligence Unit  (società di ricerca e consulenza che fornisce analisi sulla gestione di stati ed aziende).

 

Dove si può vivere in pace, dove no. America Centrale e Caraibi, secondo il GPI,  hanno registrato una migliore condizione di vivibilità rispetto al passato. E, in generale, Islanda, Danimarca, Austria, Nuova Zelanda e Portogallo (che cresce di 10 posizioni rispetto all’anno passato), sono i luoghi più tranquilli. Al contrario, i paesi che dividono Russia ed Europa, in particolare l'Ucraina, sono precipitati in uno stato di grave malessere; il Brasile, caso eclatante secondo i ricercatori del GPI, crolla al 105° posto in graduatoria; ed è evidente che la Siria è il luogo meno pacifico del mondo.

Operazioni di pace ai massimi storici. “È importante notare come, negli ultimi dieci anni, 79 paesi abbiano registrato un miglioramento, mentre altri 81 sono deteriorati – dice Camilla Schippa, direttrice Insitute for Economics and Peace di Sidney (che da 10 anni promuove il Global Peace Index) – Questo mette in evidenza la complessità globale della pace e la sua distribuzione non uniforme. Ma osserviamo anche come alcuni indicatori siano migliorati, primo tra tutti il sostegno finanziario alle operazioni di pace dell’Onu: non soltanto le operazioni di peacekeeping sono ai livelli maggiori della storia, i paesi sono più pronti a finanziare queste operazioni e con puntualità nei pagamenti, ma il decennale deterioramento nei livelli di pace registrato dal GPI è stato in gran parte determinato dall’intensificarsi dei conflitti nella regione MENA (Medio Oriente Nord Africa), quindi azioni concrete volte a risolvere i conflitti in questa regione sono chiave per invertire questa tendenza”.

Troppe spese per le guerre. Il GPI segnala certamente l’incrementarsi degli interventi umanitari delle Nazioni Unite, ma al contempo rivela l’eccessivo investimento economico in guerre e spese militari, ovunque in aumento nell’ultimo anno. “Il mondo continua a spendere somme enormi per ridurre e contenere la violenza e poco sulla costruzione della pace”: così è scritto dai ricercatori e studiosi nel GPI 2016. L'impatto economico della violenza è stato di 13.600 miliardi  di dollari nel 2015, equivalente a 11 volte la dimensione degli investimenti esteri diretti globali.

Fare investimenti di vera pace. “Il Global Peace Index è uno strumento importante per capire le dinamiche dei conflitti nel mondo e i focolai di maggiore problematica – commenta Francesco Vignarca, portavoce di Rete Disarmo –  dice, però, soprattutto che la situazione di pace costruita a livello globale, pur con grandi differenze regionali,  dopo la Seconda Guerra mondiale è oggi ad altissimo rischio. Soltanto capendo la situazione, e in questo il GPI aiuta, potremo intervenire, ma certo non continuando a scegliere strumenti armati e di guerra. In questo senso va sottolineato come il 13,3% del prodotto interno lordo mondiale viene bruciato dai costi della violenza. Si tratta di quasi 14.000,00 miliardi di dollari l’anno: sono questi i fondi da spostare subito su interventi di vera pace”.

Fonti: Global Peace Index – Medici senza frontiere – Sito Ufficiale dell'ONU – Sito ufficiale delle Commissioni Estero dell'Unione Europea. 

La foto è stata tratta dal sito: Il Cerchio si Apre Volontari nel Mondo

 

 

 

 

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