Regali di NatalePuntualmente con l’avvento delle festività natalizie arriva il solito dissennato rialzo dei prezzi. Nonostante l’imperversare della  crisi, numerosi prodotti, anche di quotidiano consumo, hanno subito aumenti che definirli ingiustificati è poco. Le statistiche sull’andamento dei consumi, con particolare attenzione ai prodotti alimentari, da  mesi fanno registrare diminuzioni preoccupanti , denotanti la scarsa disponibilità agli acquisti da parte delle famiglie. Disoccupazione, precariato, cassa integrazione, insicurezza del proprio futuro sembrano abbiano fatto segnare il passo alla consueta e sconsiderata corsa agli acquisti di Natale. Pare che i consumatori si siano presi una pausa di consumistica riflessione.  Fatta la debita eccezione per qualche sporadico settore merceologico, gli acquisti o meglio la domanda, continua ad affievolirsi generando una spirale perversa rappresentata da grandi quantità di prodotti invenduti, aziende in crisi con conseguente riduzione del personale, e progressivo impoverimento del PIL (Prodotto Interno Lordo).  Pertanto alla luce delle considerazioni precedenti, la logica di una economia sana,  in un libero mercato vorrebbe che i in presenza di queste condizioni di crisi, i prezzi subissero delle riduzioni, giusto per far riavvicinare quelle fasce di consumatori i cui redditi sconsigliano determinati acquisti a certi “spropositati prezzi”. Invece no, pare che le nuove leggi che regolano il mercato viaggino su comportamenti opposti. C’è crisi, bene, aumento i prezzi. Sapete perché? Perché    una o più fasce  di popolazione più abbiente è sempre disposta ad acquistare lo stesso bene ad un prezzo più alto, ed il commerciante, consapevole di ciò, intravede un incremento del proprio guadagno, rispetto al precedente prezzo più basso,  che va a ripianare la perdita subita per la riduzione della quantità venduta. Ciò comporterà per lui un identico guadagno, però su un venduto numericamente inferiore e quindi con costi gestionali più bassi, che alla fine della giostra a conti fatti, il venditore ci guadagna anche di più.

Ho ancora in mente quando nel mio mercatino rionale al mattino arrivavano gli ortolani con gli automezzi stracolmi di merce, che bene o male riuscivano a smerciare nel corso della mattinata.  Oggi ritengo che anche loro siano da annoverare tra i lavoratori con i colletti bianchi, in quanto li vedo arrivare con qualche automezzo furgonato di piccole dimensioni, tirano giù quattro cinque cassette di roba  continuando a svolgere la loro attività. Certo, ieri con 1000 lire mi riempivano una busta di mandarini e il più delle volte il sedano ed il prezzemolo me lo regalavano. Oggi arance e mandarini e qualsiasi altro tipo di frutta non si riesce ad acquistarlo a meno di 1,5 – 2 euro al chilo, ed il prezzemolo ed il sedano sono stati parificati a prodotti da oreficeria avendo raggiunto quotazioni di oltre quattro euro al chilo.

A questo punto mi chiedo se la causa della riduzione dei consumi sia tutta da attribuire alla  crisi economica oppure partecipa in modo non indifferente a scoraggiare certi acquisti, la lievitazione ingiustificata dei prezzi. Vi sono tantissimi prodotti che hanno subito aumenti folli, e visto che siamo sotto Natale, in particolare i giocattoli, balocchi insignificanti vengono posti in vendita a decine di euro. In questo periodo  il rapporto con le vecchie lire, anche se son passati circa dieci anni, sia sceso a 500 lire per un euro. Cioè quello che costava  1000 lire ieri, oggi se va bene costa quattro euro. Questo malcostume, peraltro scarsamente contrastato, penso abbia condizionato il desiderio di acquisto da parte dei consumatori, i quali trovano ingiusto, inadeguato, un vero e proprio furto,  pagare un prezzo esorbitante per una cosa che non ne vale nemmeno la metà. 

Il comportamento discutibile degli addetti alla distribuzione commerciale non è sicuramente esemplare, anzi io lo definirei “miope opportunismo” d'altronde favorito dalla continua concentrazione societaria che ha lentamente fatto fuori gran parte della concorrenza, con il risultato che oggi stiamo pian piano ritornando al regime di monopolio, altro che libero mercato.  Prima si sono create le condizioni per rendere appetibile l’acquisto nelle grandi catene di distribuzione, peraltro di emanazione finanziaria e/o industriale, contribuendo negli ultimi due decenni alla chiusura di centinaia di migliaia di esercizi commerciali, riducendo sempre più la concorrenza. Basta guardarci un po’ in giro per verificare che nei nostri quartieri  i negozi al dettaglio sono tutti scomparsi. Questa inarrestabile crescita, frutto di fusioni ed incorporazioni  ci ha condotto oggi,  ad avere sul mercato poche aziende di grandi dimensioni , anche sovrannazionali,  che  sono loro a dettare le leggi del mercato. Sono loro che determinano la sopravvivenza o meno di determinate produzioni in determinate aree del paese, in quanto se loro decidono di non acquistare un certo prodotto da una certa area, i produttori di quel territorio non sapranno più dove piazzare la loro produzione,vista la scomparsa del commercio al dettaglio,  creando sconquassi economici non indifferenti.

Potremmo innestare qui una vera e propria disamina sulla turbativa che il libero mercato oggi subisce dall’angheria delle aziende dominanti. Ne parleremo in un altro momento.

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