lavoro-dirittoAnche la stampa pare non sia d’accordo almeno sotto il profilo della quantità dei fondi stanziati per favorire lo sviluppo del  lavoro giovanile visto che alcuni parlano di otto altri di nove miliardi.   Uno stanziamento che dovrà essere ripartito tra ben 13 stati dell’Unione e utilizzato tra il 2014 e il 2020. E’ la festa dell’ottimismo nel vertice europeo tenutosi  qualche giorno fa. Commenti e previsioni allusivi ad uno straordinario risultato che dovrebbe finalmente segnare l’inversione di tendenza dell’andamento della disoccupazione giovanile in Europa.

Una beffa la definisco io. Vediamo perché.

Senza dover essere dei grandi economisti avrete già capito che, pur applicando la regola proporzionale,  degli 8/9 miliardi,  all’Italia ne arriveranno non più di 800/900 milioni di euro, peraltro da distribuire nell’arco temporale che va dal 2014 al 2020, ovvero sette anni, quindi ci deve andare di lusso se potremmo disporre di 100/125 milioni annui con la speranza che quanto meno venga applicata la clausola che il 60% dello stanziamento possa essere utilizzato dai singoli stati già nel 2014 e 2015.

Esaminando la nostra situazione    l'indicatore della disoccupazione giovanile è tragico: nell'intervallo fra i 15 ed i 24 anni il tasso è del 41,9%, raggiungendo, in base a confronti tendenziali,  il massimo storico assoluto, ovvero il livello più alto dal primo trimestre del 1977. Nel primo trimestre del 2013 si registra un calo del 3,4% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno,  che equivale alla cifra di oltre 645.000 posti di lavoro  perduti.  Si tratta, per il 50% dei casi,   di lavoratori con contratti a tempo indeterminato, con i dati che parlano di 347mila unità in meno rispetto al 2012. Unico elemento positivo, se così possiamo definirlo,  è la crescita del part-time  che riguarda appunto l'occupazione parziale che cresce di circa il 6,5%, essendo costituito da oltre 200mila nuove occupazioni.

Di fronte a questa che a me pare la Caporetto del lavoro Giovanile desidererei porre una domanda al nostro Primo Ministro: “con questi quattro soldi, più o meno assimilabili ad una “elemosina”  cosa pensa di poter realizzare?  Il tempo delle favole e dei bei propositi di spassionato ottimismo (che peraltro abbiamo visto dove ci ha portato) è dall’avvento della globalizzazione che è terminato.

I problemi che assillano l’economia italiana sono tanti e tutti gravissimi. Le colpe vanno ricercate oltre che nella politica di questi ultimi decenni anche nella media e grande industria, restando la piccola e l’artigianato le vere colonne portanti di questo Paese. Le prime due,  forti delle loro grandi dimensioni hanno saputo nel passato pilotare e godere di favori parlamentari che hanno concesso loro di mantenere forte la  loro presenza nel tessuto economico del paese. Questo ha stupidamente e con becera miopia evitato quel necessario processo di rinnovamento che l’industria europea in genere aveva già posto in essere da decenni prima.  La crisi economica, l’apertura dei mercati orientali,  la competizione internazionale giocata sulla qualità e sul prezzo ha visto le nostre grandi aziende impreparate,  inadeguate,  in quanto operanti ancora con sistemi e organizzazione della produzione  obsoleti. Pertanto l’unica loro risorsa era quella di chiudere e trasferire le produzioni all’estero dove la mano d’opera sconta costi di gran lunga inferiore in quanto in assenza di qualsiasi tutela.

Pertanto ci si pone anche il problema che oltre alla disoccupazione giovanile e non dimentichiamo il dramma centinaia di migliaia di lavoratori che in questi ultimi anni hanno perso il lavoro e non sono più giovani, di quello  di come intervenire su un tessuto industriale scarsamente competitivo, riflettendo se non fosse il caso di pilotarne la loro morte,  dedicando le poche risorse a quelle medie e piccole aziende vitali, frutto della  reale e concreta capacità imprenditoriale e non più il vecchio clientelismo politico (vedi Alitalia!).

Ecco che alla luce di quanto anzidetto di fronte ad uno stanziamento dell’Unione Europea di ben 8/9 miliardi di euro, ricordo da ripartire tra ben 13 stati, non ci venga veramente da ridere.

Lo scorso governo Monti in presenza della crisi finanziaria del Monte Dei Paschi, nel giro di pochi giorni non esitò a varare il decreto “Salva Monte Paschi” mettendo a disposizione ben 3,5 miliardi di euro.  Poi infine bisogna sapere che il famoso Fondo Salva Stati costituito presso la BCE altro non è che un’assicurazione dove la Germania contribuisce con 180 miliardi e l’Italia con 140, pari a 28 miliardi l’anno.    Fermo restando il dubbio su come pagare questa assicurazione all’Europa,  è chiaro che se i 28 miliardi verrebbero messi a disposizioni dell’economia produttiva,  anzicchè a favorire i sistemi finanziari privati,  perché le banche altro non sono che istituzioni private, penso che la disoccupazione scenderebbe al di sotto del 5%.  Forse questo nostro desiderio cozza contro gli interessi delle lobbies della finanza che a quanto pare, stando ai fatti, a dettare le agende governative europee sono proprio loro.

 

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