Lecce quartiere vecchio

E ancora una volta cala il buio tra i vicoli stretti e semi illuminati della mia piccola città.  Vecchi lampioni emanano una luce che io definirei romantica, quella giusta intensità per abbracciare la propria bella o per passeggiare da soli in compagnia dei propri ricordi.

  Un gioco di luci e ombre che riflettendosi sul selciato lucido delle strade e sui vetri di tante vecchie e sgangherate finestre mi fanno pensare e convincere, giorno dopo giorno,   quanto sia bella la mia piccola città. E’ oramai notte fonda, per le strade non c’è nessuno.

 

Se si è fortunati ci si può imbattere in qualche gatto nero, probabilmente alla ricerca della sua bella micia con cui poter interrompere l’imperante silenzio con le loro fusa amorose. Mi soffermo a guardare alcune abitazioni le cui mura frastagliate dalle rughe di un epoca lontana, evidenziano con cruda realtà il tempo trascorso dalla loro ultima tinteggiatura, probabilmente avvenuta qualche secolo fa.  Cosa dire di alcuni portoni in legno a volte maestosi e imponenti,   con i batacchi in ferro battuto dalle forme più stravanti,  frutto di un ingegnoso e fantasioso artigianato che non esiste più. 

 

Ecco che ad un tratto da lontano odo uno scalpitio di cavalli e l’inconfondibile fragore di una carrozza che con arrogante alterigia,  rompe l’idilliaca atmosfera di un borgo antico immerso nel suo piacevole e invitante silenzio.   Un frastuono  che però   pian piano si trasforma in un dolce sentire, caratterizzato dallo scalpitio dei  cavalli al trotto,   che mi riporta ai più anziani ricordi del tempo che fu. Uno splendido «legno», così vengono chiamati dai cultori dell'arte equestre le carrozze, procede  verso di me trainata da due cavalli, uno bianco e l’altro nero.  Quasi incurante della mia presenza, non accennava minimamente a rallentare, anche in virtù della scarsa larghezza della stradina.  Un cocchiere con palandrana nera,  quasi si sentisse l’imperatore  della strada mi rivolge uno sguardo fastidioso, come volesse rimproverare la mia presenza a quell’ora tarda.  Pian piano quest’immagine va sfumandosi  e con lei il suo piacevole fragore riportando la quiete tra i miei pensieri.

Quant’è bello fantasticare, inseguire i propri sogni, immaginare vecchie cartoline sbiadite, resoconto di trascorsi ricordi dove a far rumore sono i nostri pensieri e non l’incalzante frenesia di una società che si è abituata a correre,  spesso verso mete non sempre condivise o quanto meno frutto dei nostri desideri.

Forse riappropriandoci della capacità e della sensibilità che è in ognuno di noi nel saper  restare fedeli ai propri sogni,  consapevoli della fugacità materialistica di tutto ciò che ci circonda e,  ripercorrendo  in una notte di stelle le vecchie stradine dei nostri borghi antichi e immaginandoci quant’altra gente prima di noi nei secoli precedenti hanno percorso questo nostro tragitto, forse capiremmo e apprezzeremmo ancor di più quanto sia straordinariamente bella la nostra storia, quella  dalla quale proveniamo,  auspicando attraverso il passato,  di addivenire ad un futuro migliore.

 

Di Pompeo

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