L’antipatia recondita diTrumpe la sua irritante quanto spocchiosa arroganza, tanto condannata, non sono stati elementi sufficienti a far prevalereBiden, che dopo una lunga corsa, dove tutti i sondaggi lo davano vincenti con distacchi quasi incolmabili, oggi si ritrova a dover rincorrereTrump.
L’aver portato a compimento l’accordo con gliEmirati Arabi Unitia cui si è aggiunto all’ultima ora ilBahrein, ha messo a soqquadro tutto il sistema mediorientale. Una mossa strategica di grande spessore. Che ci piaccia o noTrump, è una manovra diplomatica da manuale.
Ha letteralmente spiazzato tutti, rendendo così gliUSAil tutore unico di tutta quell’area. L’Iranin particolare e l’Arabia saudita oggi sono isolati più di ieri e gli altri stati dell’area non tarderanno, gioco forza, a dover stringere i denti e aderire anche loro a questa nuova strategia. Sulla carta l’impegno comune sarà quello di finire ogni belligeranza diretta o indiretta contro Israele, avendo in cambio aiuti economici, sostegni militari e possibilità di accesso prioritario ai mercati americani. Scusate se è poco.
L’area resterà comunque turbolenta, in quanto i palcoscenici in aree qualiSiria,LibanoeCisgiordaniapresentano non poche preoccupazioni per ipotizzare a breve una vera pace in quell’area disgraziata.
Se pur vero è che questa strategia diplomatica diTrumplo porterà certamente a farsi rieleggere per la seconda volta Presidente degliUSA, il problema più antico, peraltro coinquilino di Israele, ovvero le rivendicazioni palestinesi, resta sempre sul tappeto. Anzi questo adesso probabilmente si inasprirà. I palestinesi perderanno la capacità attrattiva di non pochi stati dell’area mediorientale che prima erano loro favorevoli. Questo, gioco forza, porterà ad una ulteriore esasperazione del popolo palestinese, anche perché Israele, forte di questi appoggi inattesi, rafforzerà la sua presenza nella striscia diGazae nellaCisgiordania, allontanando sempre di più un eventuale patto di pace con i palestinesi e il riconoscimento dioGerusalemmequale loro capitale.
La politica estera trumpiana se efficace nell’immediato, presenterà il rovescio della medaglia nel lungo termine. Il popolo palestinese nasce, cresce e muore nella costante lotta contro quelli che ritengono usurpatori della loro terra. E’ così radicato in loro l’odio verso gli israeliani che morire per la loro causa è un onore. Se si toglie loro ogni speranza per veder realizzato il loro sogno, peraltro giustificato, ritorneranno a porre in essere azioni kamikaze, attentati e attacchi adIsraele, dove ovviamente verrebbero annientati, ma questo potrebbe scatenare reazioni di simpatie a loro favore. Oggi se dovessimo fare un sondaggio, i palestinesi verrebbero visti come gli oppressi, con l’aggravante che questa oppressione viene posta in essere proprio da un popolo che più degli altri ha conosciuto a proprie spese il genocidio.
Loro non si arrenderanno, oramai vivono solo per questo, non accetteranno compromessi, quindi, se la diplomazia internazionale non interviene seriamente (anche se oggi legata ad interessi diversi) l’unico modo per risolvere il problema Israelo-palestinese è fare una bella guerra dove ovviamente i palestinesi verrebbero fatti tutti fuori e i pochi sopravvissuti, sparsi per il mondo. Fantapolitica? A onor del vero, visto quello di cui gli israeliani hanno dimostrato di essere in condizioni di fare, io non riterrei quella ipotesi una fantapolitica. Poi se volete qualche piccolo esempio, basta rivolgere lo sguardo a quanto è successo e sta accadendo in Siria, inumani disagi per milioni di persone in cui il mondo pare abbia girato lo sguardo dall’altra parte.
Tornando aTrumpl’ulteriore problema di fondo non è lui, ma il suo avversarioBiden, un soggetto la cui qualità comunicativa e politica pare insignificante, priva di veri spunti e idee che possano fare la differenza. Più di qualche autorevole osservatore politico lo ritiene il male minore, ma non certo l’uomo che possa dare un nuovo impulso ad una America che pare abbia perso la sua identità. Ma a questo punto io mi permetto di dire: non è meglio che gli USA abbiano o stiano perdendo la loro identità? Non mi pare che quella identità di cui si è sempre parlato, corrisponda al reale volto di questa super potenza.
Sta di fatto che una constatazione amara, che vale oramai un po’ per tutti gli stati democratici del mondo, è che non si è più capaci di generare nuove classi politiche e dirigenti capaci. Perché?
