Ma i servizi arretrano: dove sono finiti questi miliardi?
Da settembre 2022 a maggio 2026 il debito pubblico italiano è aumentato di circa 466 miliardi di euro. Un incremento enorme, che assume un significato ancora più rilevante se confrontato con gli anni precedenti e con l’esplosione del debito provocata dalla pandemia. Ma mentre il debito continua a crescere, sanità, scuola e servizi pubblici mostrano difficoltà sempre più evidenti. La domanda è inevitabile: che cosa stiamo finanziando con tutto questo debito?
C’è un numero che dovrebbe far riflettere più di molti proclami politici:3.207 miliardi di euro. È l’ammontare raggiunto dal debito delle Amministrazioni pubbliche italiane nel maggio 2026, secondo la Banca d’Italia. Nel settembre 2022 il debito era di circa2.741,6 miliardi. In meno di quattro anni, dunque, l’incremento è stato di circa466 miliardi di euro, pari a circa il 16%. Un aumento che non può essere liquidato come una semplice oscillazione dei conti pubblici.
Per comprendere la dimensione del fenomeno bisogna però tornare indietro. Alla fine del 2019, prima della pandemia, il debito italiano era intorno ai2.410 miliardi di euro. Nel 2020, l’anno del Covid, salì a circa2.573 miliardi, con un incremento di oltre 160 miliardi in appena dodici mesi. Nel 2021 aumentò ancora, superando i 2.678 miliardi, e nel 2022 raggiunse circa 2.758 miliardi. Era una crescita largamente spiegabile con una situazione eccezionale: lockdown, crollo dell’attività economica, sostegni a lavoratori e imprese, spese sanitarie e misure emergenziali. Nel 2020 il deficit pubblico italiano raggiunse il 9,4% del PIL e il rapporto debito/PIL arrivò al 154,3%.
Il problema, però, è ciò che è accaduto dopo. L’emergenza sanitaria è terminata, l’economia è tornata a crescere e il PIL nominale ha recuperato terreno, ma il debito non ha iniziato una vera discesa in valore assoluto. Al contrario, ha continuato ad aumentare: circa2.863 miliardi nel 2023, 2.967 miliardi nel 2024, circa 3.096 miliardi alla fine del 2025 e 3.181 miliardi nel maggio 2026. Dal 2019 al maggio 2026 l’incremento è stato quindi di circa771 miliardi di euro.
Il confronto storico è significativo. Tra la fine del 2008 e la fine del 2019 il debito pubblico italiano aumentò di circa 778 miliardi, passando da poco più di 1.630 a circa 2.410 miliardi. Dal 2019 al maggio 2026 abbiamo accumulato praticamente lo stesso incremento nominale in un periodo molto più breve. Naturalmente i due periodi non sono perfettamente comparabili: il primo comprende la crisi finanziaria internazionale e quella del debito sovrano europeo; il secondo comprende pandemia, crisi energetica, inflazione e interventi straordinari. Ma proprio per questo il confronto dovrebbe indurre a una riflessione seria:la crescita del debito non è rimasta confinata agli anni dell’emergenza.
Perché il debito continua a crescere?
La risposta è complessa e non può essere ridotta alla sola spesa pubblica. Il debito aumenta quando lo Stato deve finanziare disavanzi e quando intervengono altri fattori che incidono sullo stock. Uno degli elementi più pesanti è rappresentato dagliinteressi sul debito, che diventano inevitabilmente più onerosi quanto maggiore è la massa di titoli da remunerare. Nel 2024 la spesa per interessi è aumentata del 10,1%, mentre nel 2025 è cresciuta ancora dell’1,9%. È il paradosso del debito: una parte sempre più consistente delle risorse pubbliche deve essere destinata a pagare il costo del debito accumulato in precedenza. E quelle risorse, naturalmente, non costruiscono un ospedale, non assumono un insegnante, non finanziano direttamente un laboratorio universitario e non accorciano una lista d’attesa.
C’è poi il capitolo delSuperbonus, che rappresenta una delle vicende più emblematiche della politica economica italiana degli ultimi anni. Gli incentivi edilizi hanno prodotto crediti fiscali di dimensioni enormi e hanno avuto effetti rilevanti sui conti pubblici. La Banca d’Italia ha evidenziato come gli effetti di cassa dei crediti legati al Superbonus abbiano contribuito significativamente all’aumento del rapporto debito/PIL, con un impatto valutato in quasi due punti percentuali di PIL nel 2024. Ancora più significativo è il fatto che le stime del costo del Superbonus per il 2023 siano state progressivamente riviste verso l’alto: dallo 0,7% del PIL previsto nel DEF 2023, all’1,8% nella NADEF, fino al 3,7% del PIL nel DEF 2024. Il Superbonus non spiega naturalmente da solo l’intero aumento del debito, ma costituisce un esempio evidente di come una politica pubblica, nata con l’obiettivo di rilanciare l’economia e il settore edilizio, possa trasformarsi in un onere pluriennale per la finanza pubblica quando i costi effettivi superano largamente le previsioni iniziali.
Ma dove si vede il beneficio di tutto questo debito?
È questa la domanda più difficile e, forse, quella che dovrebbe essere posta con maggiore insistenza. Se un Paese accumula centinaia di miliardi di nuovo debito, il cittadino dovrebbe poter vedere almeno una parte significativa di quelle risorse trasformarsi inservizi migliori, infrastrutture più efficienti, scuola più moderna, sanità più accessibile, ricerca più competitiva e maggiore protezione sociale. Invece la realtà appare molto più contraddittoria. Prendiamo lasanità. Non sarebbe corretto sostenere che lo Stato non spende: la spesa sanitaria continua ad aumentare e nel 2024 la spesa sanitaria è cresciuta del 5,1%. Il problema è capire quanto queste risorse riescano effettivamente a trasformarsi in servizi migliori per il cittadino. Liste d’attesa, carenza di personale, difficoltà di accesso alle cure, differenze territoriali e mobilità sanitaria continuano a rappresentare problemi concreti. L’Istat evidenzia inoltre significative differenze territoriali nell’accesso ai servizi sanitari e nella distribuzione delle risorse. Lo stesso discorso vale per lascuola. Anche qui non possiamo limitarci a dire che vengono spesi miliardi: bisogna chiedersi quali risultati produca questa spesa. Nel 2024 la spesa pubblica italiana per l’istruzione è stata di circa89 miliardi di euro, pari al 4% del PIL, mentre la media dell’Unione europea è stata intorno al 4,8%. Nel frattempo rimangono problemi strutturali: edifici scolastici da adeguare, differenze territoriali, dispersione scolastica, retribuzioni degli insegnanti e difficoltà nel garantire condizioni uniformi di qualità dell’istruzione.
Ed è proprio qui che il ragionamento sul debito diventa politico, ma anche profondamente sociale.Non è sufficiente sapere quanto lo Stato spende: dobbiamo sapere che cosa ottiene in cambio di quella spesa.Un debito può essere economicamente sostenibile quando finanzia investimenti capaci di aumentare la produttività, la crescita e la capacità futura del Paese di produrre ricchezza. È molto più problematico quando serve prevalentemente a finanziare spesa corrente, interessi sul debito precedente o misure temporanee che non lasciano una capacità produttiva duratura. Il punto, quindi, non è demonizzare il debito pubblico in quanto tale. In determinate circostanze indebitarsi è necessario e persino razionale. La pandemia lo ha dimostrato: nessuno avrebbe potuto pretendere che uno Stato lasciasse milioni di lavoratori e imprese senza sostegno nel momento più drammatico dell’emergenza sanitaria.Il problema nasce quando l’eccezione diventa normalità e quando, cessata l’emergenza, non si riesce a riportare stabilmente i conti su un percorso sostenibile.
E allora la domanda da porre non è soltanto:«Quanto dobbiamo?». La domanda più importante è:«Che cosa abbiamo costruito con ciò che abbiamo preso in prestito?»
Perché 3.181 miliardi di debito pubblico sarebbero meno inquietanti se alle loro spalle ci fossero una sanità pubblica efficiente e facilmente accessibile, una scuola moderna, università competitive, infrastrutture adeguate, ricerca all’altezza dei Paesi più avanzati e una pubblica amministrazione capace di rispondere rapidamente alle esigenze dei cittadini.
Il problema non è quindi soltanto la dimensione del debito. Èil rapporto tra debito accumulato e qualità del futuro che quel debito dovrebbe contribuire a costruire. Se prendiamo denaro in prestito per realizzare infrastrutture, formare giovani, sostenere la ricerca, modernizzare gli ospedali e rendere più produttivo il Paese, possiamo parlare di investimento. Se invece aumentiamo continuamente il debito senza riuscire a migliorare in maniera proporzionata i servizi e la capacità produttiva nazionale, rischiamo semplicemente di trasferire il conto alle generazioni future.
L’Italia, inoltre, dovrà affrontare nei prossimi anni nuove pressioni: l’invecchiamento della popolazione, l’aumento della spesa previdenziale e sanitaria, la transizione energetica e digitale, oltre alle crescenti esigenze di sicurezza e difesa. I margini di manovra della finanza pubblica rischiano quindi di diventare sempre più stretti.
Ecco perché il dato dei466miliardi di aumento dal settembre 2022 a giugno 2026non dovrebbe essere soltanto una cifra da utilizzare nella polemica politica. Dovrebbe diventare l’occasione per una discussione molto più seria sul futuro del Paese.
Il debito pubblico può essere uno strumento per costruire il futuro. Ma quando cresce molto più rapidamente della qualità del futuro che riesce a finanziare, rischia di trasformarsi nel conto presentato alle generazioni che verranno.
