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Politica/Economia

La crisi venezuelana come patto tacito tra potenze: un’ipotesi geopolitica sul nuovo ordine mondiale

L’attacco degli Stati Uniti al Venezuela, culminato con la cattura di Nicolás Maduro e la proclamazione di una “transizione sicura” annunciata da Trump, è stato presentato ufficialmente come un’operazione contro il narcotraffico e contro un regime accusato di essere un “cartello criminale”. Le fonti ufficiali parlano di un’azione necessaria per proteggere la sicurezza nazionale americana, sostenendo che il Venezuela sia diventato un hub per traffici illegali e una minaccia diretta agli Stati Uniti. Tuttavia, dietro la retorica, emergono elementi che suggeriscono una lettura più complessa.

Le analisi economiche mostrano che il Venezuela custodisce le più grandi riserve petrolifere del mondo e che gli Stati Uniti temevano che queste risorse potessero finire sotto il controllo di Russia, Cina e Iran, che negli ultimi anni hanno rafforzato investimenti e partnership strategiche a CaracasBusinessOnline. È proprio da questo punto che nasce la tesi che intendo sviluppare: l’ipotesi che l’azione americana non sia stata un atto unilaterale improvvisato, ma il risultato di un tacito accordo tra Washington, Mosca e Pechino. Una tesi che non si basa sulle dichiarazioni ufficiali – spesso piene di ipocrisie e narrazioni di facciata – ma sulla logica degli interessi strategici delle grandi potenze.

Russia e Cina hanno condannato pubblicamente l’attacco, definendolo una violazione della sovranità venezuelana e un’aggressione armata. Ma la condanna verbale non è stata accompagnata da alcuna reazione militare, né da misure economiche drastiche, né da un innalzamento del livello di allerta. Nessuna flotta russa si è mossa verso i Caraibi, nessuna esercitazione cinese ha minacciato gli Stati Uniti, nessuna escalation diplomatica ha portato a rotture formali.

È un comportamento anomalo se consideriamo che Mosca e Pechino hanno investito miliardi nel settore energetico venezuelano e che Caracas rappresenta per entrambe un avamposto strategico nel continente americano. Perché allora questa sorprendente moderazione? Perché, nonostante le parole dure, nessuno dei due giganti ha mosso un dito per difendere Maduro? La risposta più logica è che un accordo tacito esista davvero. Un accordo non scritto, non dichiarato, ma funzionale agli interessi di tutti.

Gli Stati Uniti avevano bisogno di riaffermare la loro supremazia nell’emisfero occidentale, soprattutto dopo anni in cui la loro influenza era stata erosa dall’avanzata cinese e dalla presenza militare russa. Il Venezuela, con le sue immense risorse energetiche, rappresentava un obiettivo troppo importante per essere lasciato nelle mani di potenze rivali. Le fonti confermano che Washington considerava insostenibile il rischio che le ricchezze venezuelane fossero messe a disposizione di Mosca e PechinoBusinessOnline. Ma allo stesso tempo, gli Stati Uniti non potevano permettersi un conflitto diretto con Russia o Cina.

L’unico modo per agire era farlo entro limiti concordati. Dal canto loro, Russia e Cina avevano tutto l’interesse a evitare uno scontro diretto con gli Stati Uniti. Mosca è impegnata su altri fronti strategici e non può aprire un nuovo teatro di crisi nei Caraibi. Pechino, concentrata su Taiwan e sul Mar Cinese Meridionale, non ha alcuna intenzione di rischiare un conflitto con Washington per difendere Maduro. Inoltre, entrambe le potenze sanno che un Venezuela destabilizzato, ma non distrutto può offrire nuove opportunità negoziali. La Cina continuerà a comprare petrolio venezuelano a prezzi vantaggiosi, mentre la Russia potrà usare la crisi come leva diplomatica nei negoziati su Ucraina e Medio Oriente. In questo quadro, l’ipotesi dell’accordo tacito diventa non solo plausibile, ma quasi inevitabile. Anche il contesto internazionale rafforza questa lettura. Il Venezuela aveva già chiesto di entrare nei BRICS, ma la sua richiesta era stata bloccata dal Brasile. Ora, con il regime Maduro indebolito e con una transizione controllata dagli Stati Uniti, l’ingresso di Caracas nel blocco potrebbe accelerare, trasformando il Paese in un ponte tra le due sfere di influenza.

I BRICS oggi sono diventati un blocco enorme, composto da Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi Uniti e Indonesia. E altri Paesi – Bielorussia, Bolivia, Kazakistan, Cuba, Malaysia, Nigeria, Thailandia, Uganda, Uzbekistan – sono pronti ad aderire. Se questi Stati decidessero di fare cartello economico, gli Stati Uniti si troverebbero accerchiati non solo militarmente, ma soprattutto economicamente. Le fonti confermano che l’attacco americano al Venezuela ha già provocato reazioni dure da parte di molti Paesi, che parlano di violazione del diritto internazionale e di pericoloso precedente.

L’Europa, come sempre, appare divisa. Alcuni Paesi condannano l’azione americana, altri la giustificano come necessaria per la sicurezza. Ma la verità è che l’Europa non ha più una posizione unitaria e rischia di spaccarsi ulteriormente. In uno scenario di polarizzazione globale, diversi partner europei potrebbero avvicinarsi al blocco BRICS, attratti da nuove opportunità economiche e dalla volontà di emanciparsi dall’egemonia americana. Gli Stati Uniti lo sanno. E proprio per questo, un’azione come quella in Venezuela non sarebbe mai stata autorizzata senza un tacito accordo con Russia e Cina. L’intelligence americana non avrebbe mai permesso a Trump di lanciare un’operazione così rischiosa senza aver prima misurato le reazioni delle altre potenze.

E le reazioni, come abbiamo visto, sono state sorprendentemente contenute. Il Venezuela diventa così un tassello di una partita più grande, che coinvolge i negoziati sull’Ucraina, le tensioni in Medio Oriente e la ridefinizione degli equilibri globali. In questo contesto, l’attacco americano non è un atto isolato, ma parte di una strategia più ampia, in cui ogni potenza ottiene qualcosa e nessuna perde troppo. I BRICS, per ora, non funzionano come la NATO: non esiste un articolo 5 che obbliga alla difesa reciproca. Ma si stanno avvicinando, e questo gli Stati Uniti lo sanno bene. L’azione in Venezuela potrebbe essere stata calibrata proprio per non superare quella soglia che trasformerebbe il blocco in un’alleanza militare. In conclusione, l’ipotesi dell’accordo tacito non solo è coerente con gli interessi delle potenze coinvolte, ma è anche l’unica che spiega la sorprendente moderazione di Russia e Cina, la rapidità dell’azione americana e la complessità del contesto geopolitico attuale. Le dichiarazioni ufficiali raccontano una storia.

La geopolitica, spesso, ne racconta un’altra.