La campagna elettorale, nonostante ormai si sia deciso, per paura del Movimento 5 Stelle, di rimandare la consultazione elettorale addirittura a metà 2018, è in corso dallo scorso 4 dicembre. Tra promesse non mantenute (leggi Renzi che avrebbe dovuto lasciare la politica) e l’ulteriore oltraggio ad un intero popolo, che dopo aver sonoramente bocciato con lo schiacciante risultato referendario, l’impalcatura politica ed economica del rottamatore bugiardo,     si è ritrovato con un governo fotocopia, manovrato dall’esterno dal burattinaio impallinato.  Nel contempo l’Italia sta lentamente sprofondando nella generale confusione dove pare si sia persa la bussola in tutti i sensi possibili ed immaginabili. Scuola, sanità, emigrazione, corruzione dilagante, giustizia che chiamarla tale è un insulto, visto che i corrotti sono a spasso indisturbati  e se appartenenti alla classe politica, tutelati dall’immunità parlamentare concessa, anche e soprattutto per i resati comuni, stanno generando uno stato di inimmaginabile confusione, dove lo Stato pare abbia perso il suo ruolo ma peggio ancora, la sua credibilità, risultando da tempo, incapace di saper stare dalla parte dei cittadini onesti. Pensavo che con Berlusconi avessimo toccato il fondo della peggiore politica, invece oggi il pifferaio fiorentino, quasi quasi, ce ne sta facendo sentire la nostalgia.

L’arroganza dell’ex premier, incapace di saper fare autocritica imperversa  su stampa e tv, dando del falso ad altri, senza rendersi conto che così ci consente a noi tutti di ricordargli quel vecchio motto che il bue arrabbiatosi con l’asino lo apostrofò “cornuto”.  

Aldilà di queste considerazioni che possono comunque essere ritenute di parte, il punto importante su cui vorrei si ponesse attenzione è lo stato dell’economia italiana. Si stanno vendendo, anzi direi si stanno dando i numeri che giorno dopo giorno sembrerebbero in costante contraddizione. Diminuisce la disoccupazione, addirittura c’è chi asserisce che ance il debito pubblico sia in diminuzione e che il PIL sia previsto in ulteriore rialzo rispetto alle precedenti stime. Non dico che c’è da far festa, perché gli indicatori proposti rilevano differenze attestatesi sul zero virgola, quindi insignificanti, soprattutto se paragonate al resto dell’Europa. Ma nel mentre leggiamo questi dati, non facciamo in tempo a capirne il contenuto che arrivano altri dati, in contradizione ai primi. La prevista inflazione non si muove, aldilà di qualche misero decimale dovuto esclusivamente all’altalena del costo del petrolio. Poi leggiamo che la produttività del lavoro nel 2016, rispetto nel 2015 (anche allora in difetto) è diminuita del’1,6% mentre in tutta l’area euro è cresciuta sopra l’1%.

Che strano, aumenta il numero degli occupati e la produttività cala, come se i nuovi assunti e parte di quelli già in forza, avessero prodotto di meno. Una contraddizione in termine, soprattutto se poi analizziamo la tipologia contrattuale, oramai impostata ad un vero e proprio sfruttamento del lavoro.

Non solo, stampa e tv, che tanto vogliono bene ai loro lettori e telespettatori, se ne guardano bene di propinare ulteriori notizie negative che possano affliggere ulteriormente la gente, evitando di informare che lo spread dei nostri titoli pubblici ha superato i 200 punti raggiungendo la vetta dei 210. Ciò comporterà che rispetto a qualche mese fa il costo degli interessi sul nostro debito sono lievitati di un punto, che in termini pratici rappresenta una maggiorazione di spesa per interessi di oltre 20/21 miliardi di euro, ovvero un importo di gran lunga superiore a quello che servirebbe per realizzare il famigerato reddito di cittadinanza.

Dimostrazione che i nostri creditori non credono alle favole di Mago Matteo e che le politiche economiche, definibili quali meri tappabuchi in un ambito di una politica economica e finanziaria caotica, preoccupano gli investitori esteri che stanno lentamente buttando sul mercato parte dei titoli italiani in loro possesso. Ma di tutto ciò è bene per ora, in questa lunghissima campagna elettorale, non parlarne.  Le clausole di salvaguardia sono dietro l’angolo che attendono una soluzione che non mi pare sia stata trovata, viste le disastrose condizioni delle nostre finanze, nonché dell’incauta politica di elargizioni di mance e mancette pre referendarie, che hanno solo aumentato il debito pubblico, senza produrre alcune crescita economica del paese.  

Per me Renzi dalla sua ha solo un vantaggio, quello di essere stato sempre fortunato, viste le condizioni favorevoli che i mercati hanno offerto per una crescita che ha interessato tutta l’Europa, grazie al calo del costo del petrolio e degli interventi di Draghi, ma che lui, il Mago Matteo non ha saputo sfruttare, probabilmente perché non ha saputo scegliere bene la squadra di governo.

Aggiungo inoltre che,  per paura del populismo (cioè il malcontento popolare, la disapprovazione dell’operato del governo viene definito stupidamente populismo) alcune reazione dei mercati finanziari sono state contenute o addirittura stoppate in previsione delle elezioni ormai imminenti in Francia e poi in Germania. La paura che i francesi possano votare per una fuoriuscita dall’Europa, preoccupa e non poco. Motivo per cui è bene evitare una eccessiva fibrillazione dei mercati, in quanto questo comporterebbe la ventilata possibilità di porre in seria difficoltà l’economia italiana.

Di tutto ciò Renzi non  è stato capace di saper cavalcare nessun elemento propizio. Anzi, al contrario, i suoi interventi in materia di economia si sono rivelati inadeguati, insufficienti, se non proprio dannosi. Oggi è ancora lì a pretendere e reclamare il ruolo di premier, incurante e incapace di percepire che il paese non è disposto a credere alle sue promesse. Non solo, la spocchiosa arroganza contraddistingue ancora i suoi comportamenti,  e la riproposizione di un governo fotocopia, il Matteo Renzi bis, ha troppo irritato l’elettorato che, anche se sostenuto da una stampa e tv prona al suo volere, prenderà ancora una volta una tale legnata che forse rappresenterà la volta buona che deciderà di rottamarsi da solo. L’idea non è che ci dispiaccia tanto.

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