Reddito di cittadinanza: l’obbligo di svolgere lavori di pubblica utilità. La solita buona legge come sempre fatta male

Finalmente approvata la norma con la quale i percettori del Reddito di Cittadinanza dovranno svolgere presso i loro comuni di residenza lavori di pubblica utilità. Lavori che spazieranno dalla manutenzione delle aree verde, all’assistenza agli anziani, alle attività culturali e artistiche.

Una buona legge senza dubbio ma che, grazie alla consolidata incapacità organizzativa dei nostri enti pubblici, alla fine si rivelerà inefficace quanto inapplicabile.

Prima di tutto dovranno i comuni predisporre i piani operativi che prevedano le modalità di utilizzo di questa nuova forza lavoro. E qui, non per essere particolarmente critico, casca l’asino. Quanti comuni saranno capaci e volenterosi di predisporre questi piani?

Ulteriore argomentazione di grande rilevanza è la sicura incostituzionalità della norma, in quanto nessun lavoro, per nessun motivo, potrà essere svolto senza il riconoscimento dei contributi e assicurazioni obbligatorie previste per legge. Senza dimenticare che,  il lavoro che verrà svolto dal singolo lavoratore dovrà percepire una paga oraria pari a quella prevista dalla Contrattazione Nazionale.  Su questo argomento non potranno essere varate leggi ordinarie che possano disporre il contrario, visto che quanto su descritto è regolamentato dalla nostra costituzione. Tutto ciò, se inapplicato, comporterà una catasta di innumerevoli di vertenze, con risvolti economicamente negativo per lo stato.

Che i percettori del reddito di cittadinanza è giusto che collaborino nell’interesse della comunità in cui vivono, è cosa sacrosanta. Il problema è la macchina burocratica italiana che purtroppo non funziona, che non è ancora in condizione di sapersi adeguare con la dovuta celerità e professionalità, altrimenti non saremo gli ultimi in Europa in quasi tutti i settori.

E per fortuna che questa elargizione di denaro ai disoccupati è stata denominata “Reddito” in quanto se l’avessero chiamata “sostegno” o qualcosa di similare, non si sarebbe nemmeno potuto applicare la norma in oggetto.

Comprendo che tutto ciò può apparire strano, ma è il nostro sistema legale che lo prevede, e aggiungo “per fortuna”.  Ulteriore iniquità è rappresentata dal fatto che queste norme di protezione del lavoro,  valgono per il pubblico impiego, mentre nell’ambito del privato, affermare che trattasi di una vera e propria giungla, dove tutti o quasi, possono fare quello vogliono, mi pare sia cosa sotto gli occhi di tutti.

 

Amministratore

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