Sud, povera amara terra mia. La terra dei figli senza futuro

Di Pompeo Maritati. Gli sconosciuti algoritmi che regolano il processo dell’evoluzione dell’uomo, hanno deciso, ovviamente senza interpellarmi, di farmi partecipare al gioco della vita facendomi nascere qui nel sud, nel meridione d’Italia, dove il sole, il mare, il vento ed il cielo più limpido, pare siano rimaste le sole ed uniche ricchezze di una terra dove il tempo si è fermato e dove il vento della crescita economica continua a spirare in altre direzioni. Si succedono una dopo l’altra le generazioni attraverso l’incalzare inesorabile del tempo, la cui unica aspirazione è procedere solo verso il futuro, avendo il creatore dimenticato di inserirgli anche la retromarcia.  A volte mi chiedo perché i territori dove la natura è stata così prodiga di bellezze naturali e climatiche, abbiano poi generalmente rappresentato aree che hanno risentito meno lo sviluppo economico. Sembrerebbe come se il calore del sole, i mari trasparenti, i cieli limpidi e le lunghe giornate assolate mal si conciliano con la realizzazione di processi economici evoluti. Come se qualcuno avesse a monte deciso che, chi ha la fortuna di nascere in questi territori bellissimi debba poi pagare uno scotto.

La scarsa attenzione riposta alle sorti del sud già dai primi anni dell’unità d’Italia, la cui storia per alcuni versi dovrebbe essere riveduta e corretta, soprattutto per quel che concerne la contrabbandata affermazione di un sud povero e ignorante. E poi chi sa perché, se leggiamo attentamente le statistiche degli italiani emigrati nei tre decenni successivi all’Unità d’Italia constatiamo, guarda caso, stranamente e paradossalmente, che le regioni interessate non erano quelle del sud, bensì quelle del nord, con il Veneto in testa.  Un sud che nonostante le numerose problematiche sociali, sicuramente godeva di una condizione economica che non necessitava di mandare i propri figli ad emigrare nel mondo.  Solo dopo la scellerata politica protezionista del De Pretis, che per favorire lo sviluppo dell’industria nelle aree del nord, con l’applicazione dei dazi, condizionò fortemente l’agricoltura del sud, che con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, riusciva a sfamare i suoi figli, generando dalla fine del decennio del 1880 una emigrazione che nei decenni successivi ha assunto enormi dimensioni.

Questa amara terra del sud da allora è rimasta la terra dei figli senza futuro, dove per poter aspirare al diritto al lavoro, questi figli devono ancora oggi abbandonare la loro terra, i loro affetti, per cercarlo in altre regioni.  Un sud che nonostante l’incalzare dei decenni non riesce a garantire un futuro lavorativo alle nuove generazioni. Prima i giovani emigravano con le valigie di cartone tenute su da uno spago, oggi i nostri giovani continuano questa tradizione portandosi dietro i loro zainetti ed il cellulare ma pur sempre emigranti restano. L’apertura dei nuovi mercati europei, lo sviluppo della produzione industriale e la globalizzazione hanno fortemente favorito le regioni frontaliere, penalizzando sempre di più quelle meridionali, sempre più lontane e meno competitive per l’incidenza dei costi di trasporto, sia per l’approvvigionamento delle materie prime, sia dei prodotti finiti. Non ultima la miopia politica, che non ha saputo investire nella reale vocazione del sud, cioè nell’agricoltura, turismo e servizi.   

Noi genitori, vecchi rincoglioniti, subiamo passivamente e atavicamente rassegnati al volere altrui, senza tirar fuori le cosiddette “Palle” e cominciare a partecipare attivamente e concretamente alle scelte politiche ed economiche del nostro territorio. La mia rabbia sta proprio in questo. Non riesco a sopportare che per un secolo e mezzo la politica italiana si sia contraddistinta in leggi, programmi, finanziamenti per il sud che hanno solo saputo produrre povertà e disoccupazione.

Oggi non vi è famiglia nel sud che non abbia parenti di ogni ordine e grado sparsi per le regione d’Italia, i più fortunati, gli altri in giro per i quattro continenti.  Intere generazioni che hanno contribuito con il loro lavoro, ad arricchire le economie altrui, non riuscendo però ad arricchire la propria.

Dovremmo essere stanchi di vedere i nostri figli, che per svolgere i loro studi devono emigrare in università dislocate nelle regioni del centro nord, e cercare in quei territori un lavoro, che qui difficilmente riuscirebbero a trovare. Il tutto senza mai chiederci se non fosse il caso di interrogarci perché questo nostro sud, nonostante il trascorrere inesorabile del tempo, resta il fanalino di coda nella crescita sociale ed economica del paese. Sarebbe auspicabile la partecipazione ad una vera rivoluzione culturale di rinnovamento verso processi evolutivi atti a porre in essere progettazioni e programmazioni per una crescita che tenga conto, una volta per sempre, delle vere vocazioni del sud, lasciando stare le cattedrali nel deserto e i mega investimenti a fondo perduto, peraltro rastrellati dalle solite grandi aziende del nord. Tutto ciò lo potremmo ottenere solo con la riappropriazione della nostra consapevole appartenenza ad una terra, che per quanto amara, potrebbe riservare un futuro migliore alle generazioni future. Tutto ciò dipenderà solo ed esclusivamente da noi.

   

Non si riesce a capire come un popolo di santi, esploratori, scienziati e scrittori abbia potuto dimenticare il suo passato così in fretta, abbandonando o peggio ancora svendendo la propria identità culturale e nazionale per opera di quattro idee basate sull’egoismo, scivolando lentamente nel baratro del conflitto generazionale e territoriale, lasciando poco spazio alla solidarietà ed all’intraprendenza, schiacciata quest’ultima dal clientelismo e dalla corruzione.  

I giovani oramai per il oltre il 40% risultano disoccupati. I fortunati, si fa per dire, cioè coloro che lavorano, possono godere di rapporti a tempo determinato per altrettanto tempo indeterminato, soprattutto grazia all’osannata stabilità del famigerato Jobs Act. Giovani che non possono più contare sulla propria dignità di lavoratori, di persone normali che possano aspirare ad un futuro, ad una propria famiglia, grazie alle straordinarie trovate del libero mercato che pare siano rappresentate dalla produttività e dalla competitività. Un libero mercato che, di libero pare sia rimasta l’egemonia delle grandi aziende a dettare legge sul mercato del lavoro. Aziende che imprecano contro i lavoratori italiani accusandoli di essere scarsamente produttivi, come se agli operai fosse addebitabile l’incapacità manageriale di saper realizzare prodotti competitivi sui mercati internazionali. E come al solito è colpa degli operai se le scelte di mercato, gli studi di marketing e di ristrutturazione aziendale in Italia risultano quasi tutte sballate.

I servizi pubblici in questi ultimi anni sono in continuo disfacimento. Scuola, sanità, trasporti, comunicazioni, servizi sociali sono in costante declino pur assorbendo sempre più ingenti risorse finanziarie.  Nonostante le indecorose classifiche dove l’Italia è sempre tra gli ultimi posti, e dove in particolare emerge che, rispetto ad altri paesi europei, investiamo di più per avere qualità inferiore, e a noi cittadini italiani è sufficiente sbottare nell’anonimato dei nostri salotti. Non perdiamo mai occasione per lamentarci, per inveire contro tizio o contro caio, nulla ci va bene, son tutti ladri, sono tutti corrotti, riteniamo che il clientelismo sia l’unica forma per poter accedere ad ottenere dei servizi o il sospirato posto di lavoro, e poi pigramente attendiamo l’arrivo del Messia, che qualcuno ritiene ancora sia fermo ad Eboli.

Lo scritto è stato realizzato prima della pandemia del Coronavirus.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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