Coronavirus: forse, non tutti i mali vengono per nuocere

Da alcune settimane, oramai, tutto il mondo è impegnato in quella che potrebbe rappresentare la sua prima guerra globalizzata contro uno dei più subdoli e invisibili nemici: il coronavirus.

Sorvolo sulle le sue origini, non essendo un virologo, pur nutrendo, forse erroneamente, la convinzione che trattasi più di un errore umano, che un cattivo scherzo della natura. I focolai più consistenti Italia, Cina, Corea, Iran hanno terrorizzato il mondo, anche perché, pare che questo virus abbia grandi vocazioni turistiche e si sta, anche se lentamente, espandendo da oriente a occidente con l’ulteriore preoccupazione che poi rifaccia il percorso inverso.

In questi giorni abbiamo scoperto di avere nel mondo una categoria straordinariamente numerosa: i virologi. Quelli di fatto e quelli che tali si sentono per personali convinzioni economiche o politiche. E sono quest’ultimi che hanno prodotto il peggior virus al mondo: il panico.

Le conseguenze del coronavirus, al momento, per fortuna, sono più a carattere economico finanziario, in quanto pur facendo paura il suo contagio, possiamo asserire che i casi accertati e la capacità di far male all’uomo,  al momento, pare sia limitata.  Preoccupante è il costante calo delle borse, che risentono pesantemente la limitazione della circolazione delle persone e delle merci.

Alcune aree territoriali sono state poste in quarantena: non si entra e non si esce. Migliaia e migliaia di voli da e per tutto il mondo cancellati. Cancellate e annullate gite turistiche, prenotazioni alberghiere, eventi sportivi e culturali. Addirittura è notizia di questa mattina che in Giappone si sta valutando l’ipotesi di annullare, non di rinviare di qualche settimana, le Olimpiadi.

Siamo al cospetto di una profonda crisi sociale ed economica planetaria.

Sarà per colpa del mio inattaccabile ottimismo che anche in questo scenario riesco a intravedere l’ipotesi che non tutti i mali vengono per nuocere. Vi spiego perché.

La globalizzazione esasperata, frutto acerbo e a volte amaro del crescente potere finanziario, ha condizionato tutte le scelte politiche ed economiche dei governi, ha posto in essere, in poche parole, una schizofrenia  esasperata orientata al fare solo soldi, utili, ovvero perseguire redditività e produttività, al di sopra di ogni altro valore etico.

Interi cicli produttivi sono stati trasferiti in aree sotto sviluppate del pianeta, non per aiutarle a crescere, ma per continuare a sfruttarne la mano d’opera a bassissimo costo, guadandosene bene di portare in quelle zone il benessere.  Oggi un qualsiasi manufatto prodotto in Italia viene reclamizzato in quanto fatto straordinario, visto che la stragrande produzione viene realizzata da aziende delocalizzate nell’oriente.

Tutto ciò ha comportato uno sbilanciamento produttivo interno, che in casi come quello che stiamo vivendo oggi, con la limitazione delle produzioni nonché dell’importazione di beni necessaria alla quotidianità, crea non pochi disagi. Basti pensare che una grande quantità dei farmaci in vendita in Italia sono prodotti in Cina e in India (Fonte RAI Report). Non c’è elettrodomestico piccolo o grande che sia che non venga prodotto in Cina o in Corea. E così tanti prodotti.

I mercati occidentali si vedono oggi esposti ad una carenza di prodotti se non proprio essenziali, quanto meno utili alla quotidianità. Se poi cominciamo ad estendere la libera circolazione anche alle derrate ortofrutticole, cosa oramai certa anch’essa, vi renderete conto quanto serio sia il problema, soprattutto se questa emergenza dovesse superare il semestre.

Ed è qui che intravedo la parte buona di questa amara situazione, quella che, sarebbe il momento di rivedere le strategie economiche sin qui applicate. Pensare a rendere i singoli stati quanto meno sufficienti per l’autoproduzione dei prodotti indispensabili, di prevedere, per il futuro, analoghe situazioni di crisi, preparandosi sin da oggi ad affrontarle. E’ impensabili dover scoprire all’ultimo momento, di non disporre dei principali strumenti per combattere o meglio prevedere i danni di una eventuale epidemia.

Nel contempo lavorare per portare alle popolazioni meno fortunate le condizioni economiche e sanitarie necessarie, affinché proprio queste non diventino esse un pericoloso futuro focolaio.

E’ giunto il mondo di mettere da parte la globalizzazione economica quale strumento di arricchimento personale ed egoistico, che potremmo definirlo quale “la globalizzazione della paura”. L’umanità ha bisogno di una nuova globalizzazione, quella della solidarietà, che peraltro se scientificamente applicata, apporterebbe del benessere a tutte le genti di questo nostro piccolo mondo, che non vorrei che si sia stancato di averci come inquilini.  

 

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