Riconoscere delusione, disperazione e tempesta emotiva in un femminicidio è tornare nel medioevo

O il mondo sta andando a carte 48, oppure sono io che non mi raccapezzo più. Pochi giorni è stata dimezzata una condanna per omicio di una donna adducendo quale attenuante: tempesta emotiva.

E’ di oggi la notizia che un giudice riconosce “delusione e disperazione” quali attenuanti generiche. La pena richiesta dal Pubblico Ministero di 30 anni è stata ridotta a 16. In uno stato civile e democratico le sentenze vanno sempre rispettate, io non voglio venire meno a questo obbligo di civiltà. Ma se è contemplato un dovere, è altrettanto contemplato il diritto di esprimere un proprio parere. E il mio parere, in materia, non è molto lusinghiero. In questi ultimi anni il “femminicidio” è in spaventoso aumento.

La violenza sulle donne pare aumentare con il passare del tempo. Motivo per cui si evidenzia la necessità di interventi, a tutti i livelli. La partecipazione di tutte le istituzioni pubbliche e private per porre freno a questa tragedia sociale dev’essere totale. Non intendo far ricorso ad una giustizia vendicativa, che sarebbe la peggior cosa. Ma non giustifico, proprio in questi frangenti, questo buonismo. Delusione e disperazione appartengono alla sfera psicologica dell’individuo.

Perderne il controllo per propria incapacità non può essere ritenuta una attenuante. La tempesta emotiva ha permesso di togliere la vita ad povera donna, non mi pare condivisibile questa generica attenuante. Si ammazza qualcuno o per premeditazione o perchè presi da un impeto d’ira che non si è saputo controllare. Non può quest’ultimo essere inteso come qualcosa di imponderabile, altrimenti le donne, in genere, dovrebbero veramente essere preoccupate.

Auspico l’intervento del Consiglio Superiore della Magistratura, in quanto queste sentenze hanno profondamente turbato il sentimento civico della gente. E se questo sentimento civico non si basa solo su false ideologie popolari, vorrà dire che bisognerà rivalutare la qualità professionale di alcuni nostri magistrati.

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